martedì 27 aprile 2010

I BRIGANTI DELLA SILA

'Il Quotidiano' Domenica 27 settembre 2009
di Domenico Canino e Francesca Canino





LA SILA si può rappresentare con tre simboli: il
brigante, il pino ed il lupo, che rappresentano
rispettivamente l’uomo bellicoso, la natura
selvaggia, gli animali feroci. Popolazioni
preistoriche vivevano nelle capanne e nelle
grotte scavate nel calcare (tipico esempio è Campana),
usavano i pesi per le reti da pesca nei fiumi e
nelle paludi(lago Cecita),producevano ceramica e
Soprattutto adoperavano armi con punte di pietra
per la caccia, come lance con il propulsore, lame di
ossidiana per tagliare la carne ed enormi asce di
bronzo per tagliare gli alberi (Timparello dei Ladri
sul lago Ampollino, nei pressi di Cotronei).
Le popolazioni indigene della Sila, commerciavano
legname e pece con tutto il Mediterraneo,
infatti la Pix Brettia (la pece brettia) è citata come
esempio proverbiale di materia nera ed appiccicosa
già in un frammento di una commedia di Aristofane
del V sec. a.C. I coloni Greci della costa jonica venivano
a tagliare le foreste per la costruzione delle loro navi; così i
Romani, appena conquistato il Bruttium, misero le mani sul legname
della Sila.
Nacque in quel periodo il significato tradizionale del toponimo
Sila, proveniente dal tema osco-latino Silva, che significa
bosco. In realtà “Sila” è una parola paleomediterranea, antichissima
lingua di substrato alla quale si sono mescolate poi le
altre, che significa “canale in cui scorre l’acqua”.
Lo prova il tema originario SIL/ZIL che trova riscontri in oltre
cento toponimi di tutta l’area mediterranea, a cominciare
dal fiume Sele in Campania (antico Seile in osco e Silarus in latino)
al fiume Sile in Veneto; dal fiume Sila in Romania al lago
Sillara nell’Appennino parmense o al fiume Sile in Inghilterra,
solo per citarne alcuni. Sila significa, dunque, “zona ricca di canali
d’acqua”.






Ma l’altopiano silano non era solo la foresta, il legno, era anche
un’immensa riserva di caccia per la sua straordinaria fauna.
In epoca preistoricac’erano glielefanti,gli orsi delle caverne,
grandi bovidi e cervi con enormi corna, come testimonia
un’antichissima zappa di corno di cervo conservata a Tiriolo.



Nel Medioevo l’animalepiù famoso e ricercato della Sila era,
invece, lo scoiattolo, lo sciuris meridionalis, per la sua pregiatissima
pelle. Specie presente soloin Sila, alla fine del1300 era
ricercatissimo in tutta Europa: infatti i cappellani di Francia
avevano diritto ad una mozzetta di scoiattolo di Calabria, foderata
con la pelle della schiena del vaio.
In un testo medievale si legge: «Gli ischeruoli (scoiattoli)
calabri trovavano un buon mercato a Pisa e a Siena, dove secondo
Antonio da Uzzano, venivano valutati il doppio degli
altri».
Nella “Descrizione del Regno di Napoli”del 1601 di Scipione
Mazzella, è fatta una sommaria descrizione della fauna
calabrese: «In tutta la regione si fa bella e varia cacciagione
di animali, di lepri, di volpi, d’hestrici, di daine, di marmotte,
e di ghiri; d’animali rapaci vi sono lupi, orsi e lupi cervieri
(linci), i quali sono d’acuta vista ed hanno le parti di
dietro macchiate di vari colori. Questi lupi furono condotti da
Gallia in Roma nei giuochi di Pompeo Magno,
e dicono i cacciatori, questo animale essere di sì poca
memoria, che benché mangi con fame, se si guarda
Indietro non si ricorda più del cibo, e partendosi cerca
dell’altro. D’animali mezze fiere vi sono Rupicapre,
Ibici, Orige, cioè capre selvatiche, e Camoscie».



Insomma, le nostre foreste erano un vero scrigno
ricco di diverse specie d’animali,molte delle quali purtroppo
estinte. Le ultime tracce del lupo cerviero, cioè
della lince, si perdono in una strage di galline del 1835
a S. Giovanni in Fiore.
E gli abitanti? Il mito delle popolazioni bellicose della
Sila comincia con i misteriosi Sileraioi, feroci mercenari
che combattevano in Sicilia al servizio dei tiranni nel IV
sec. a.C. e che coniarono lì moneta per le paghe dell’esercito. Per molti storici sono originari della zona del fiume Sele
altri li vogliono provenienti dalle montagne della Sila.
Poi fu il tempo dei peridinoi (vagabondi), come li definisce
Aristotele nel suo libro “Politica” e dei picari (da pece) Brettii,
cioè rozzi boscaioli che commerciavano pece e legno, che
facevano una vita selvaggia da guerriglieri e che combatterono
fieramente contro i Romani, soprattutto per non cedere
la Sila agli invasori.
In seguito, gli abitanti del Bruttium vennero chiamati
latrones (ladri) nel tardo impero, in realtà i Brettii
mal sopportavano le angherie degli invasori nella
propria terra, perciò non persero mai occasione per
affermare il loro carattere fiero e libero.
In tempi più recenti, vennero i briganti, nome che del resto ha
la stessa radice di Brettii, cioè BREIG che significa rompere (come
breccia in italiano, break in inglese o brechen in tedesco) e
dunque “coloro che hanno rotto il cappio”, che si sono liberati
dalla schiavitù, ovvero popoli che lottavano per la propria libertà.
La presenza dei briganti in Sila risale a tempi antichissimi:
già sotto il regno di Federico II si nominava il Magister Silae,
persona deputata a dirimere le controversie per il legno e per i
pascoli tra i baroni latifondisti ed i contadini. In genere, i briganti
erano contadini o pastori che stanchi di subire le angherie
dei padroni che li sfruttavano malamente, si davano alla
macchia nelle grandi foreste, dove era veramente difficile catturarli.
Molti erano delinquenti sanguinari, altri divennero
dei simboli di libertà per il popolo oppresso dei contadini.
Uno dei primi fu Re Marcone (Marco Berardi), che nel 1500
giunse a conquistare con le sue bande armate la città di Crotone.
La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri dell’Inquisizio -
ne,che a Cosenza erano situate sotto il palazzo vescovile. Finito
in carcere perché sospettato di eresia, riuscì ad evadere e riparare
nei boschi, dove insieme ad altri con cui divideva lo stesso
destino, formò una banda numerosissima ed armata, quasi un
piccolo esercito con l’obiettivo di conquistare gran parte del territorio,
espellere gli Spagnoli ed abolire il tribunale
dell’Inquisizione.
Poi tanti altri divenuti leggendari per le loro abilità, come Palma (Domenico Straface di Longobucco), la Primula Rossa della Sila, l’inafferrabile, il brigante fatato.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia, uccidendo spesso le
guardie nazionali e gli squadriglieri. Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì sempre
a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza. Nasceva, così,
la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale. La gente
credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli spiriti
della montagna. Era un brigante che affascinava le donne,
bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare. Non era un
sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava solo ai
grandi latifondisti. Riusciva,però,ad essere spietato con i suoi
nemici. Erano, infatti, le spaventose condizioni di povertà in
cui versavano le masse contadine appena dopo l’Unità d’Italia,
che contribuirono ad accrescere il fenomeno del brigantaggio.
In breve esso assunse anche il carattere di ribellione popolare
contro i Piemontesi, ritenuti i veri affamatori del popolo. Di fame
ce n’era davvero tanta, al punto che negli anni ’50 le masse
proletarie silane si sollevarono dando vita ad una protesta dai
risvolti tragici,ma che portò alla rivincita dei contadini quando
l’Opera per la Valorizzazione della Sila finalmente espropriò
la terra ai latifondisti e la assegnò ad essi, ma ancora oggi, nonostante
l’enorme potenziale rappresentato dalle risorse naturali,
dal Parco nazionale, dagli allevamenti e dai prodotti di ottima
qualità, l’economia della Sila non decolla.
Forse qualcuno ha ancora paura dei briganti...

LA PRIMULA ROSSA DELLA SILA




Nella foresta della Sila, assurse al mito di
imprendibile, di “fatato”, di eroe Domenico
Straface, detto Palma, la Primula Rossa della
Sila, l’inafferrabile. Era un contadino povero
di Longobucco, che si diede alla macchia nel
1847 all’età di vent’anni, dopo essersi ribellato
ai soprusi di un signorotto del luogo. Si
muoveva tra la Sila e la costa Jonica, sino alla
Lucania, a capo di una banda propria e riuscì
a vivere da latitante “fuoribando” per oltre vent’anni.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata
nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia,
uccidendo spesso le guardie nazionali e gli squadriglieri.
Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì
sempre a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza.
Nasceva, così, la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale.
La gente credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli
spiriti della montagna. Era un brigante che affascinava
le donne, bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare.
Non era un sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava
solo ai grandi latifondisti. Riusciva, però, ad essere spietato
con i suoi nemici.
Il suo destino era segnato: un suo amico, Pietro Librandi,
guardiano del barone Guzzolini, lo tradì per denaro tendendogli
un agguato con i Carabinieri nei pressi del bosco di Macchia
Sacra in Sila, nel lugliodel 1869. Palma,ferito, si rifugiòin un
fosso, per tuttala notte gridò daldolore, ma nessuno ebbe il coraggio
di avvicinarsi a lui, perché aveva con sé ancora il suo fucile.
All’alba un carabiniere lo finì. Librandi riscosse la taglia
di 10.000 lire di allora, una vera fortuna.
Finiva così la vita di Palma, la “Primula Rossa” della Sila, ma
cominciava la sua leggenda.

RE MARCONE

Nativo probabilmente di Mangone, Marco Berardi viveva
a Cosenza. Persona istruita, forse era un abate vicino alle
idee calviniste. La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri
dell’Inquisizione, che a Cosenza erano situate sotto il palazzo
vescovile. Finito in carcere perché sospettato di eresia,
riuscì ad evadere e riparare nei boschi,dove insieme ad altri
con cui divideva lo stesso destino, formò una banda numerosissima
ed armata, quasi un piccolo esercito con l’obiettivo
di conquistare gran parte del territorio, cacciare gli Spagnoli
ed abolire il tribunale dell’Inquisizione. Era il 1563.
In seguito ad alcune azioni vittoriose, si proclamò re. Divenne
così Re Marco o come lo chiamavano i suoi uomini Re
Marcone e partì alla conquista del Castello di Crotone. Il tentativo
fallì ed in seguito anche alle promesse fatte dalla Spagna
nei confronti di chi lo avesse fatto catturare, il Berardi
sciolse il suo esercito e con la sua donna Giuditta,
trovò riparo in Sila, poiché aveva capito
che qualsiasi trattativa sarebbe caduta
nel nulla e si era reso conto di non poter vincere
altre battaglie. Morì l’anno successivo,
forse per fame o freddo o per scelta volontaria.
Un boscaiolo rinvenne in una grotta dopo
molti mesi due cadaveri abbracciati e riconobbe
nell’uomo Re Marcone e nella donna
la sua amante. Il boscaiolo avvisò gli Spagnoli
che lo fecero trasferire nella cripta della cappella di
Santa Caterina nella chiesa dei Francescani e nel 1860 Garibaldi,
di passaggio a Cosenza, lo fece trasferire nel cimitero
cittadino, allora posto a monte dell’attuale via Roma,
smantellato quando è stata costruita la città nuova.

LE PIETRE DI CARLO MAGNO

C’è una località in Sila denominata Pietra dell’Altare intorno alla
quale sono sorte alcune leggende. Tra Lorica e Silvana
Mansio, infatti, in un assolato pianoro, è possibile imbattersi
in grosse pietre, molte disposte in fila per circa duecento
metri, altre sparse tra la bassa vegetazione. Hanno quasi
la stessa dimensione e sono tutte di forma rotonda e ben levigate.
Sembra che la denominazione derivi da una messa celebrata
sul sito da una spedizione di soldati di ritorno dalle
Crociate, quando improvvisarono un altare su di una grossa
pietra. Ma si dice anche che la messa sia stata celebrata da
Carlo Magno al passaggio con i suoi, pur non esistendo fonti
storiche che attestano la presenza del re carolingio sull'altipiano
silano. Intanto, la località Pietra dell’Altare si trova
sulla Serra di Carlomagno, come attestano le carte geografiche,
non solo quelle più recenti, ma addirittura l'attuale denominazione
si trova in un atto attestante
l’avvenuta donazione ad un monastero,
compiuta dalla madre di Federico II nel
1198.
Le persone che incuriosite dalla presenza
ordinata dei massi si sono fermate ad osservarle,
riferiscono di aver percepito sensazioni
strane, particolari vibrazioni. È noto
che la forza della suggestione produce questo
ed altro,ma i misteri dell’area inducono
ad indagare per svelarli.
I massi sono in granito silano, detto da queste parti “a petra
ferrigna”, probabilmente capace di creare i campi magnetici
avvertiti dai visitatori particolarmente sensibili. Il
nome Carlomagno sembra essere la pronuncia scorretta, o
meglio l’italianizzazione del toponimo “Garru mancu”, dirupo
del manco, cioè zona d’ombra. Pietra dell’Altare può riferirsi
sia ad una messa celebrata nel sito, sia, in tempi più
pagani, a sacrifici che probabilmente venivano compiuti
sulle pietre adibite ad altare. Misteri e leggende appaiono,
dunque, creati dalla fantasia umana, poiché esiste una spiegazione
a quanto tramandato per anni. Ciò che è ancora difficile
spiegare, è il perchè dell’allineamento perfetto di un
buon numero di massi, che non sembra essere una disposizione
casuale. D'altronde, sistemarle in maniera quasi geometrica
come se dovessero segnare dei confini, apre interrogativi
diversi sulle motivazioni e sulle modalità con cui massi
di un certo peso sono stati spostati e disposti in maniera
ordinata. Questo rimane ancora un mistero.

3 commenti:

  1. ome è bella la ia sila. sentirne parlare essendo lontano mi riscalda il cuore eppure prima o poi tornero' e spero per molto tempo ciao a tutti i lupacchiotti da un lupo lontano.

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    1. bellissima sempre anche se ora forse meno di quando ero ragazzo 40,50 anni fa, ma come tutto del resto, un abbraccio e aspettatemi tanto torno.

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  2. al di sotto delle tre grandi pietre, sotto le quali ci si puo' ripararee dove morirono due pastori per un fulmine, ci sono pietre tondeggianti piu' piccole, messe in cerchio, con una a mo' di scranno , al centro.....ed a qualche centinaio di metri, alcuni cumuli di pietre....

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