Che Mario Occhiuto non sia il beniamino di molti cosentini - me compresa - è una realtà.
Che il suo tentativo di promuovere l'immagine di Cosenza a livello turistico sia stato spesso un po' goffo e al limite del puerile ok, ci sta.
Ma accusarlo di accostare l'immagine di Cosenza a quella dei nazisti... e dai!
Alarico? Demonizziamolo, lui era il cattivo invasore, noi i buoni portatori dei valori cristiani.
Le nostre radici sono cristiane (???????), il nome dei Alarico deve essere dimenticato dalla storia, soprattutto perché era vagheggiato da Himmler come precursore dei nordici invasori della romanità.
E se noi ci ostiniamo a voler fare i soldi col turismo in nome dei visigoti la madonnina del pilerio piange (ma come sono frignone 'ste madonne)
A questo punto ci starebbe bene una pernacchia eduardiana.
"In realtà dietro tutto ciò c’è la tentazione ormai conclamata di banalizzare la storia, riducendola a piccolo fatto provinciale, con eroi inventati, saccheggiatori magnificati, tesori immaginari, tutto nemmeno troppo sapientemente costruito per spiegare ai cosentini che qui la Storia, quella maiuscola, ci ha sfiorato solo grazie a un invasore crudele, al quale dobbiamo essere in qualche maniera grati, e infatti visto che ci manca un museo dedicato ad Alarico, presto ci risolveremo a farlo. Intanto per dare verosimiglianza al delirio alariciano il Comune di Cosenza ci racconta che nel 1937 fu proprio Himmler ad avviare una campagna di scavi per trovare il famoso tesoro. Ed è stato certamente per mancanza di spazio che nella brochure si tace, solo per fare un esempio, sul raccapricciante discorso fatto a Poznan nel 43 da Himmler, durante il quale spiegò come fosse necessario accelerare la soluzione finale, così come si sorvola (silenziosamente come farebbe un drone) sull’inquietante propensione del capo delle Ss verso l’Occulto e anche per la rivalutazione di certe radici nordiche, fieramente pagane e anti cristiane, cose che a pensarci bene avrebbero fatto dispiacere la madonnina del Pilerio."
A me sembra che banalizzare la storia sia proprio questo. Se voleste leggere tutto l'articolo:
http://www.mmasciata.it/opinioni/commenti/4254_alarico-lerrore-triste-tour-operator-nazista/
anche i Goti piangono
domenica 28 febbraio 2016
martedì 28 agosto 2012
TAMBURELLO VS 'NDRANGHETA
Ah, la Calabria.
Il fanalino di coda del bel paese, la regione della ‘ndrangheta,
la più povera e arretrata, quella che da sempre paga il tributo più alto all’emigrazione.
Il sud del sud.
Eppure succede qualcosa di magico, ultimamente, in Calabria,
e lo dimostrano anche i numeri dei flussi turistici che la danno come regione
emergente nonostante la profonda crisi del settore, che in Italia è stata
terribile.
Sarà che i prezzi qui sono ancora accessibili, sarà che i
ritmi frenetici delle grandi città oggi portano a ricercare le province
tranquille e rilassanti, e sarà che c’è tanta voglia di riscoprire realtà
genuine e tipiche (quelle culinarie innanzitutto), fatto sta che la Calabria
sta vivendo finalmente una stagione turistica felice: speriamo che si sappia
preservare per quella che è, intatta e anche un po’ aspra, con i suoi ruderi e
i suoi innumerevoli scavi archeologici, le sue montagne a volte dolci e a volte
inaccessibili, i canyon profondi con
fiumi e cascate, e naturalmente le coste e le acque pulite del mar Tirreno e del
mar Jonio.
Nella mia esperienza di insegnante per stranieri, però, ho
potuto constatare che l’attrattiva maggiore che porta a scegliere un’esperienza
in Calabria non è nessuna delle caratteristiche sopra elencate: alla domanda “perché
hai scelto la Calabria?” la prima risposta è sempre “ per la gente”.
Solo in seconda battuta ti specificano anche “per il sole e
il mare”, ma la principale attrattiva pare sia la gentilezza e la socievolezza
degli abitanti, il carattere gioioso e aperto, sempre disponibile e generoso.
Ho fatto la stessa domanda a decine di studenti, anche in
tono polemico per sfidare gli stereotipi, ma ho constatato che la vecchia
immagine dei calabresi piccoli neri pelosi cocciuti e bellicosi che – io pensavo
– ci aveva marchiati è stata sopraffatta dall’immagine di gente gioiosa che sa
come godersi la vita. È stato bello vedere la mia regione attraverso i loro
occhi, gli occhi di tedeschi, inglesi, svizzeri, australiani, francesi, messicani…
è stato bellissimo andare a un concerto popolare con i miei studenti, vederli
ballare la Tarantella…
Decisamente, i tempi sono pronti. E non solo perché se ne
sono accorti all’estero. Ce ne siamo accorti
anche noi. Se ne sono accorti anche i giovani. Una delle esperienze più belle
di quest’estate che sto vivendo nel Vibonese è stata la sagra dei “Pipi e Patati” nel paesino di Vazzano, il 22 agosto. Mi ci sono ritrovata quasi casualmente, ed è
stata una felice intuizione. Organizzazione della pro Loco impeccabile,
volontari instancabili e simpaticissimi che mi hanno rimpinzato di cibo (ottimo
e abbondante, Fileja coi ceci da favola!!!!!) e vino nonostante fossi arrivata
tardi per mangiare, atmosfera di grande accoglienza (mi hanno fatto sentire un’ospite
d’onore solo perché mi ero fatta un’ora di macchina per andarci)…. leggevo nei loro sguardi la felicità di vedere
Vazzano piena di amici e turisti, di condividere le tradizioni e le loro
prelibatezze …
Ma il pezzo forte è stato il concerto. Le parole non sono
sufficienti, non si può scrivere cos’è la tarantella, non si può descrivere la
frenesia e la gioia di vivere nel partecipare a una rota. E, cosa ancora più bella, il gruppo di musica popolare
calabrese che suonava, i Subsicinum,
è composto da ragazzi giovanissimi, belli e bravi, giovani che hanno scelto di
riscattare le tradizioni popolari dalla patina di vecchiume che le ha
ricoperte. Vedere questi ragazzi suonare la lira calabrese, vedere i giovani
invitare le donne anziane a ballare, vedere le bambine piccolissime già esperte
ballerine, sentirmi in sintonia con questa gente, la mia gente, la mia
Calabria, la terra che avevo dimenticato, le tradizioni che io in città non ho
mai respirato… è stata davvero un’emozione forte, struggente ed euforica
insieme.
Se ne sono accorti anche i giovani, che non vanno più via, o
che ritornano, che imparano a suonare la chitarra battente, che fanno ballare
la nonna e fanno ballare la turista straniera, che non rinunciano al dialetto e
che imparano l’inglese.
Sto vedendo cose magiche, in questa estate vibonese. Sagre e
concerti in un paese, convegni sul meridionalismo in un altro; e, al ritmo di
un tamburello, sento l’incazzatura che cresce.
http://www.youtube.com/embed/KNurs6yFh4w
http://www.youtube.com/embed/KNurs6yFh4w
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VAZZANO
martedì 27 aprile 2010
I BRIGANTI DELLA SILA
'Il Quotidiano' Domenica 27 settembre 2009
di Domenico Canino e Francesca Canino

LA SILA si può rappresentare con tre simboli: il
brigante, il pino ed il lupo, che rappresentano
rispettivamente l’uomo bellicoso, la natura
selvaggia, gli animali feroci. Popolazioni
preistoriche vivevano nelle capanne e nelle
grotte scavate nel calcare (tipico esempio è Campana),
usavano i pesi per le reti da pesca nei fiumi e
nelle paludi(lago Cecita),producevano ceramica e
Soprattutto adoperavano armi con punte di pietra
per la caccia, come lance con il propulsore, lame di
ossidiana per tagliare la carne ed enormi asce di
bronzo per tagliare gli alberi (Timparello dei Ladri
sul lago Ampollino, nei pressi di Cotronei).
Le popolazioni indigene della Sila, commerciavano
legname e pece con tutto il Mediterraneo,
infatti la Pix Brettia (la pece brettia) è citata come
esempio proverbiale di materia nera ed appiccicosa
già in un frammento di una commedia di Aristofane
del V sec. a.C. I coloni Greci della costa jonica venivano
a tagliare le foreste per la costruzione delle loro navi; così i
Romani, appena conquistato il Bruttium, misero le mani sul legname
della Sila.
Nacque in quel periodo il significato tradizionale del toponimo
Sila, proveniente dal tema osco-latino Silva, che significa
bosco. In realtà “Sila” è una parola paleomediterranea, antichissima
lingua di substrato alla quale si sono mescolate poi le
altre, che significa “canale in cui scorre l’acqua”.
Lo prova il tema originario SIL/ZIL che trova riscontri in oltre
cento toponimi di tutta l’area mediterranea, a cominciare
dal fiume Sele in Campania (antico Seile in osco e Silarus in latino)
al fiume Sile in Veneto; dal fiume Sila in Romania al lago
Sillara nell’Appennino parmense o al fiume Sile in Inghilterra,
solo per citarne alcuni. Sila significa, dunque, “zona ricca di canali
d’acqua”.


Ma l’altopiano silano non era solo la foresta, il legno, era anche
un’immensa riserva di caccia per la sua straordinaria fauna.
In epoca preistoricac’erano glielefanti,gli orsi delle caverne,
grandi bovidi e cervi con enormi corna, come testimonia
un’antichissima zappa di corno di cervo conservata a Tiriolo.


Nel Medioevo l’animalepiù famoso e ricercato della Sila era,
invece, lo scoiattolo, lo sciuris meridionalis, per la sua pregiatissima
pelle. Specie presente soloin Sila, alla fine del1300 era
ricercatissimo in tutta Europa: infatti i cappellani di Francia
avevano diritto ad una mozzetta di scoiattolo di Calabria, foderata
con la pelle della schiena del vaio.
In un testo medievale si legge: «Gli ischeruoli (scoiattoli)
calabri trovavano un buon mercato a Pisa e a Siena, dove secondo
Antonio da Uzzano, venivano valutati il doppio degli
altri».
Nella “Descrizione del Regno di Napoli”del 1601 di Scipione
Mazzella, è fatta una sommaria descrizione della fauna
calabrese: «In tutta la regione si fa bella e varia cacciagione
di animali, di lepri, di volpi, d’hestrici, di daine, di marmotte,
e di ghiri; d’animali rapaci vi sono lupi, orsi e lupi cervieri
(linci), i quali sono d’acuta vista ed hanno le parti di
dietro macchiate di vari colori. Questi lupi furono condotti da
Gallia in Roma nei giuochi di Pompeo Magno,
e dicono i cacciatori, questo animale essere di sì poca
memoria, che benché mangi con fame, se si guarda
Indietro non si ricorda più del cibo, e partendosi cerca
dell’altro. D’animali mezze fiere vi sono Rupicapre,
Ibici, Orige, cioè capre selvatiche, e Camoscie».


Insomma, le nostre foreste erano un vero scrigno
ricco di diverse specie d’animali,molte delle quali purtroppo
estinte. Le ultime tracce del lupo cerviero, cioè
della lince, si perdono in una strage di galline del 1835
a S. Giovanni in Fiore.
E gli abitanti? Il mito delle popolazioni bellicose della
Sila comincia con i misteriosi Sileraioi, feroci mercenari
che combattevano in Sicilia al servizio dei tiranni nel IV
sec. a.C. e che coniarono lì moneta per le paghe dell’esercito. Per molti storici sono originari della zona del fiume Sele
altri li vogliono provenienti dalle montagne della Sila.
Poi fu il tempo dei peridinoi (vagabondi), come li definisce
Aristotele nel suo libro “Politica” e dei picari (da pece) Brettii,
cioè rozzi boscaioli che commerciavano pece e legno, che
facevano una vita selvaggia da guerriglieri e che combatterono
fieramente contro i Romani, soprattutto per non cedere
la Sila agli invasori.
In seguito, gli abitanti del Bruttium vennero chiamati
latrones (ladri) nel tardo impero, in realtà i Brettii
mal sopportavano le angherie degli invasori nella
propria terra, perciò non persero mai occasione per
affermare il loro carattere fiero e libero.
In tempi più recenti, vennero i briganti, nome che del resto ha
la stessa radice di Brettii, cioè BREIG che significa rompere (come
breccia in italiano, break in inglese o brechen in tedesco) e
dunque “coloro che hanno rotto il cappio”, che si sono liberati
dalla schiavitù, ovvero popoli che lottavano per la propria libertà.
La presenza dei briganti in Sila risale a tempi antichissimi:
già sotto il regno di Federico II si nominava il Magister Silae,
persona deputata a dirimere le controversie per il legno e per i
pascoli tra i baroni latifondisti ed i contadini. In genere, i briganti
erano contadini o pastori che stanchi di subire le angherie
dei padroni che li sfruttavano malamente, si davano alla
macchia nelle grandi foreste, dove era veramente difficile catturarli.
Molti erano delinquenti sanguinari, altri divennero
dei simboli di libertà per il popolo oppresso dei contadini.
Uno dei primi fu Re Marcone (Marco Berardi), che nel 1500
giunse a conquistare con le sue bande armate la città di Crotone.
La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri dell’Inquisizio -
ne,che a Cosenza erano situate sotto il palazzo vescovile. Finito
in carcere perché sospettato di eresia, riuscì ad evadere e riparare
nei boschi, dove insieme ad altri con cui divideva lo stesso
destino, formò una banda numerosissima ed armata, quasi un
piccolo esercito con l’obiettivo di conquistare gran parte del territorio,
espellere gli Spagnoli ed abolire il tribunale
dell’Inquisizione.
Poi tanti altri divenuti leggendari per le loro abilità, come Palma (Domenico Straface di Longobucco), la Primula Rossa della Sila, l’inafferrabile, il brigante fatato.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia, uccidendo spesso le
guardie nazionali e gli squadriglieri. Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì sempre
a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza. Nasceva, così,
la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale. La gente
credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli spiriti
della montagna. Era un brigante che affascinava le donne,
bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare. Non era un
sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava solo ai
grandi latifondisti. Riusciva,però,ad essere spietato con i suoi
nemici. Erano, infatti, le spaventose condizioni di povertà in
cui versavano le masse contadine appena dopo l’Unità d’Italia,
che contribuirono ad accrescere il fenomeno del brigantaggio.
In breve esso assunse anche il carattere di ribellione popolare
contro i Piemontesi, ritenuti i veri affamatori del popolo. Di fame
ce n’era davvero tanta, al punto che negli anni ’50 le masse
proletarie silane si sollevarono dando vita ad una protesta dai
risvolti tragici,ma che portò alla rivincita dei contadini quando
l’Opera per la Valorizzazione della Sila finalmente espropriò
la terra ai latifondisti e la assegnò ad essi, ma ancora oggi, nonostante
l’enorme potenziale rappresentato dalle risorse naturali,
dal Parco nazionale, dagli allevamenti e dai prodotti di ottima
qualità, l’economia della Sila non decolla.
Forse qualcuno ha ancora paura dei briganti...
LA PRIMULA ROSSA DELLA SILA

Nella foresta della Sila, assurse al mito di
imprendibile, di “fatato”, di eroe Domenico
Straface, detto Palma, la Primula Rossa della
Sila, l’inafferrabile. Era un contadino povero
di Longobucco, che si diede alla macchia nel
1847 all’età di vent’anni, dopo essersi ribellato
ai soprusi di un signorotto del luogo. Si
muoveva tra la Sila e la costa Jonica, sino alla
Lucania, a capo di una banda propria e riuscì
a vivere da latitante “fuoribando” per oltre vent’anni.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata
nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia,
uccidendo spesso le guardie nazionali e gli squadriglieri.
Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì
sempre a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza.
Nasceva, così, la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale.
La gente credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli
spiriti della montagna. Era un brigante che affascinava
le donne, bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare.
Non era un sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava
solo ai grandi latifondisti. Riusciva, però, ad essere spietato
con i suoi nemici.
Il suo destino era segnato: un suo amico, Pietro Librandi,
guardiano del barone Guzzolini, lo tradì per denaro tendendogli
un agguato con i Carabinieri nei pressi del bosco di Macchia
Sacra in Sila, nel lugliodel 1869. Palma,ferito, si rifugiòin un
fosso, per tuttala notte gridò daldolore, ma nessuno ebbe il coraggio
di avvicinarsi a lui, perché aveva con sé ancora il suo fucile.
All’alba un carabiniere lo finì. Librandi riscosse la taglia
di 10.000 lire di allora, una vera fortuna.
Finiva così la vita di Palma, la “Primula Rossa” della Sila, ma
cominciava la sua leggenda.
RE MARCONE
Nativo probabilmente di Mangone, Marco Berardi viveva
a Cosenza. Persona istruita, forse era un abate vicino alle
idee calviniste. La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri
dell’Inquisizione, che a Cosenza erano situate sotto il palazzo
vescovile. Finito in carcere perché sospettato di eresia,
riuscì ad evadere e riparare nei boschi,dove insieme ad altri
con cui divideva lo stesso destino, formò una banda numerosissima
ed armata, quasi un piccolo esercito con l’obiettivo
di conquistare gran parte del territorio, cacciare gli Spagnoli
ed abolire il tribunale dell’Inquisizione. Era il 1563.
In seguito ad alcune azioni vittoriose, si proclamò re. Divenne
così Re Marco o come lo chiamavano i suoi uomini Re
Marcone e partì alla conquista del Castello di Crotone. Il tentativo
fallì ed in seguito anche alle promesse fatte dalla Spagna
nei confronti di chi lo avesse fatto catturare, il Berardi
sciolse il suo esercito e con la sua donna Giuditta,
trovò riparo in Sila, poiché aveva capito
che qualsiasi trattativa sarebbe caduta
nel nulla e si era reso conto di non poter vincere
altre battaglie. Morì l’anno successivo,
forse per fame o freddo o per scelta volontaria.
Un boscaiolo rinvenne in una grotta dopo
molti mesi due cadaveri abbracciati e riconobbe
nell’uomo Re Marcone e nella donna
la sua amante. Il boscaiolo avvisò gli Spagnoli
che lo fecero trasferire nella cripta della cappella di
Santa Caterina nella chiesa dei Francescani e nel 1860 Garibaldi,
di passaggio a Cosenza, lo fece trasferire nel cimitero
cittadino, allora posto a monte dell’attuale via Roma,
smantellato quando è stata costruita la città nuova.
LE PIETRE DI CARLO MAGNO
C’è una località in Sila denominata Pietra dell’Altare intorno alla
quale sono sorte alcune leggende. Tra Lorica e Silvana
Mansio, infatti, in un assolato pianoro, è possibile imbattersi
in grosse pietre, molte disposte in fila per circa duecento
metri, altre sparse tra la bassa vegetazione. Hanno quasi
la stessa dimensione e sono tutte di forma rotonda e ben levigate.
Sembra che la denominazione derivi da una messa celebrata
sul sito da una spedizione di soldati di ritorno dalle
Crociate, quando improvvisarono un altare su di una grossa
pietra. Ma si dice anche che la messa sia stata celebrata da
Carlo Magno al passaggio con i suoi, pur non esistendo fonti
storiche che attestano la presenza del re carolingio sull'altipiano
silano. Intanto, la località Pietra dell’Altare si trova
sulla Serra di Carlomagno, come attestano le carte geografiche,
non solo quelle più recenti, ma addirittura l'attuale denominazione
si trova in un atto attestante
l’avvenuta donazione ad un monastero,
compiuta dalla madre di Federico II nel
1198.
Le persone che incuriosite dalla presenza
ordinata dei massi si sono fermate ad osservarle,
riferiscono di aver percepito sensazioni
strane, particolari vibrazioni. È noto
che la forza della suggestione produce questo
ed altro,ma i misteri dell’area inducono
ad indagare per svelarli.
I massi sono in granito silano, detto da queste parti “a petra
ferrigna”, probabilmente capace di creare i campi magnetici
avvertiti dai visitatori particolarmente sensibili. Il
nome Carlomagno sembra essere la pronuncia scorretta, o
meglio l’italianizzazione del toponimo “Garru mancu”, dirupo
del manco, cioè zona d’ombra. Pietra dell’Altare può riferirsi
sia ad una messa celebrata nel sito, sia, in tempi più
pagani, a sacrifici che probabilmente venivano compiuti
sulle pietre adibite ad altare. Misteri e leggende appaiono,
dunque, creati dalla fantasia umana, poiché esiste una spiegazione
a quanto tramandato per anni. Ciò che è ancora difficile
spiegare, è il perchè dell’allineamento perfetto di un
buon numero di massi, che non sembra essere una disposizione
casuale. D'altronde, sistemarle in maniera quasi geometrica
come se dovessero segnare dei confini, apre interrogativi
diversi sulle motivazioni e sulle modalità con cui massi
di un certo peso sono stati spostati e disposti in maniera
ordinata. Questo rimane ancora un mistero.
di Domenico Canino e Francesca Canino

LA SILA si può rappresentare con tre simboli: il
brigante, il pino ed il lupo, che rappresentano
rispettivamente l’uomo bellicoso, la natura
selvaggia, gli animali feroci. Popolazioni
preistoriche vivevano nelle capanne e nelle
grotte scavate nel calcare (tipico esempio è Campana),
usavano i pesi per le reti da pesca nei fiumi e
nelle paludi(lago Cecita),producevano ceramica e
Soprattutto adoperavano armi con punte di pietra
per la caccia, come lance con il propulsore, lame di
ossidiana per tagliare la carne ed enormi asce di
bronzo per tagliare gli alberi (Timparello dei Ladri
sul lago Ampollino, nei pressi di Cotronei).
Le popolazioni indigene della Sila, commerciavano
legname e pece con tutto il Mediterraneo,
infatti la Pix Brettia (la pece brettia) è citata come
esempio proverbiale di materia nera ed appiccicosa
già in un frammento di una commedia di Aristofane
del V sec. a.C. I coloni Greci della costa jonica venivano
a tagliare le foreste per la costruzione delle loro navi; così i
Romani, appena conquistato il Bruttium, misero le mani sul legname
della Sila.
Nacque in quel periodo il significato tradizionale del toponimo
Sila, proveniente dal tema osco-latino Silva, che significa
bosco. In realtà “Sila” è una parola paleomediterranea, antichissima
lingua di substrato alla quale si sono mescolate poi le
altre, che significa “canale in cui scorre l’acqua”.
Lo prova il tema originario SIL/ZIL che trova riscontri in oltre
cento toponimi di tutta l’area mediterranea, a cominciare
dal fiume Sele in Campania (antico Seile in osco e Silarus in latino)
al fiume Sile in Veneto; dal fiume Sila in Romania al lago
Sillara nell’Appennino parmense o al fiume Sile in Inghilterra,
solo per citarne alcuni. Sila significa, dunque, “zona ricca di canali
d’acqua”.


Ma l’altopiano silano non era solo la foresta, il legno, era anche
un’immensa riserva di caccia per la sua straordinaria fauna.
In epoca preistoricac’erano glielefanti,gli orsi delle caverne,
grandi bovidi e cervi con enormi corna, come testimonia
un’antichissima zappa di corno di cervo conservata a Tiriolo.


Nel Medioevo l’animalepiù famoso e ricercato della Sila era,
invece, lo scoiattolo, lo sciuris meridionalis, per la sua pregiatissima
pelle. Specie presente soloin Sila, alla fine del1300 era
ricercatissimo in tutta Europa: infatti i cappellani di Francia
avevano diritto ad una mozzetta di scoiattolo di Calabria, foderata
con la pelle della schiena del vaio.
In un testo medievale si legge: «Gli ischeruoli (scoiattoli)
calabri trovavano un buon mercato a Pisa e a Siena, dove secondo
Antonio da Uzzano, venivano valutati il doppio degli
altri».
Nella “Descrizione del Regno di Napoli”del 1601 di Scipione
Mazzella, è fatta una sommaria descrizione della fauna
calabrese: «In tutta la regione si fa bella e varia cacciagione
di animali, di lepri, di volpi, d’hestrici, di daine, di marmotte,
e di ghiri; d’animali rapaci vi sono lupi, orsi e lupi cervieri
(linci), i quali sono d’acuta vista ed hanno le parti di
dietro macchiate di vari colori. Questi lupi furono condotti da
Gallia in Roma nei giuochi di Pompeo Magno,
e dicono i cacciatori, questo animale essere di sì poca
memoria, che benché mangi con fame, se si guarda
Indietro non si ricorda più del cibo, e partendosi cerca
dell’altro. D’animali mezze fiere vi sono Rupicapre,
Ibici, Orige, cioè capre selvatiche, e Camoscie».


Insomma, le nostre foreste erano un vero scrigno
ricco di diverse specie d’animali,molte delle quali purtroppo
estinte. Le ultime tracce del lupo cerviero, cioè
della lince, si perdono in una strage di galline del 1835
a S. Giovanni in Fiore.
E gli abitanti? Il mito delle popolazioni bellicose della
Sila comincia con i misteriosi Sileraioi, feroci mercenari
che combattevano in Sicilia al servizio dei tiranni nel IV
sec. a.C. e che coniarono lì moneta per le paghe dell’esercito. Per molti storici sono originari della zona del fiume Sele
altri li vogliono provenienti dalle montagne della Sila.
Poi fu il tempo dei peridinoi (vagabondi), come li definisce
Aristotele nel suo libro “Politica” e dei picari (da pece) Brettii,
cioè rozzi boscaioli che commerciavano pece e legno, che
facevano una vita selvaggia da guerriglieri e che combatterono
fieramente contro i Romani, soprattutto per non cedere
la Sila agli invasori.
In seguito, gli abitanti del Bruttium vennero chiamati
latrones (ladri) nel tardo impero, in realtà i Brettii
mal sopportavano le angherie degli invasori nella
propria terra, perciò non persero mai occasione per
affermare il loro carattere fiero e libero.
In tempi più recenti, vennero i briganti, nome che del resto ha
la stessa radice di Brettii, cioè BREIG che significa rompere (come
breccia in italiano, break in inglese o brechen in tedesco) e
dunque “coloro che hanno rotto il cappio”, che si sono liberati
dalla schiavitù, ovvero popoli che lottavano per la propria libertà.
La presenza dei briganti in Sila risale a tempi antichissimi:
già sotto il regno di Federico II si nominava il Magister Silae,
persona deputata a dirimere le controversie per il legno e per i
pascoli tra i baroni latifondisti ed i contadini. In genere, i briganti
erano contadini o pastori che stanchi di subire le angherie
dei padroni che li sfruttavano malamente, si davano alla
macchia nelle grandi foreste, dove era veramente difficile catturarli.
Molti erano delinquenti sanguinari, altri divennero
dei simboli di libertà per il popolo oppresso dei contadini.
Uno dei primi fu Re Marcone (Marco Berardi), che nel 1500
giunse a conquistare con le sue bande armate la città di Crotone.
La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri dell’Inquisizio -
ne,che a Cosenza erano situate sotto il palazzo vescovile. Finito
in carcere perché sospettato di eresia, riuscì ad evadere e riparare
nei boschi, dove insieme ad altri con cui divideva lo stesso
destino, formò una banda numerosissima ed armata, quasi un
piccolo esercito con l’obiettivo di conquistare gran parte del territorio,
espellere gli Spagnoli ed abolire il tribunale
dell’Inquisizione.
Poi tanti altri divenuti leggendari per le loro abilità, come Palma (Domenico Straface di Longobucco), la Primula Rossa della Sila, l’inafferrabile, il brigante fatato.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia, uccidendo spesso le
guardie nazionali e gli squadriglieri. Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì sempre
a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza. Nasceva, così,
la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale. La gente
credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli spiriti
della montagna. Era un brigante che affascinava le donne,
bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare. Non era un
sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava solo ai
grandi latifondisti. Riusciva,però,ad essere spietato con i suoi
nemici. Erano, infatti, le spaventose condizioni di povertà in
cui versavano le masse contadine appena dopo l’Unità d’Italia,
che contribuirono ad accrescere il fenomeno del brigantaggio.
In breve esso assunse anche il carattere di ribellione popolare
contro i Piemontesi, ritenuti i veri affamatori del popolo. Di fame
ce n’era davvero tanta, al punto che negli anni ’50 le masse
proletarie silane si sollevarono dando vita ad una protesta dai
risvolti tragici,ma che portò alla rivincita dei contadini quando
l’Opera per la Valorizzazione della Sila finalmente espropriò
la terra ai latifondisti e la assegnò ad essi, ma ancora oggi, nonostante
l’enorme potenziale rappresentato dalle risorse naturali,
dal Parco nazionale, dagli allevamenti e dai prodotti di ottima
qualità, l’economia della Sila non decolla.
Forse qualcuno ha ancora paura dei briganti...
LA PRIMULA ROSSA DELLA SILA

Nella foresta della Sila, assurse al mito di
imprendibile, di “fatato”, di eroe Domenico
Straface, detto Palma, la Primula Rossa della
Sila, l’inafferrabile. Era un contadino povero
di Longobucco, che si diede alla macchia nel
1847 all’età di vent’anni, dopo essersi ribellato
ai soprusi di un signorotto del luogo. Si
muoveva tra la Sila e la costa Jonica, sino alla
Lucania, a capo di una banda propria e riuscì
a vivere da latitante “fuoribando” per oltre vent’anni.
La caccia nei suoi confronti divenne particolarmente spietata
nel periodo postunitario, ma Palma non si sottrasse alla battaglia,
uccidendo spesso le guardie nazionali e gli squadriglieri.
Molte volte venne accerchiato con i suoi compagni, ma riuscì
sempre a sfuggire alla cattura, con l’astuzia e la pazienza.
Nasceva, così, la sua fama di inafferrabile, di eroe sovrannaturale.
La gente credeva che fosse protetto da forze magiche, salvato dagli
spiriti della montagna. Era un brigante che affascinava
le donne, bello e coraggioso, che colpiva la fantasia popolare.
Non era un sanguinario, aiutava i contadini più poveri e rubava
solo ai grandi latifondisti. Riusciva, però, ad essere spietato
con i suoi nemici.
Il suo destino era segnato: un suo amico, Pietro Librandi,
guardiano del barone Guzzolini, lo tradì per denaro tendendogli
un agguato con i Carabinieri nei pressi del bosco di Macchia
Sacra in Sila, nel lugliodel 1869. Palma,ferito, si rifugiòin un
fosso, per tuttala notte gridò daldolore, ma nessuno ebbe il coraggio
di avvicinarsi a lui, perché aveva con sé ancora il suo fucile.
All’alba un carabiniere lo finì. Librandi riscosse la taglia
di 10.000 lire di allora, una vera fortuna.
Finiva così la vita di Palma, la “Primula Rossa” della Sila, ma
cominciava la sua leggenda.
RE MARCONE
Nativo probabilmente di Mangone, Marco Berardi viveva
a Cosenza. Persona istruita, forse era un abate vicino alle
idee calviniste. La sua storia iniziò con la fuga dalle carceri
dell’Inquisizione, che a Cosenza erano situate sotto il palazzo
vescovile. Finito in carcere perché sospettato di eresia,
riuscì ad evadere e riparare nei boschi,dove insieme ad altri
con cui divideva lo stesso destino, formò una banda numerosissima
ed armata, quasi un piccolo esercito con l’obiettivo
di conquistare gran parte del territorio, cacciare gli Spagnoli
ed abolire il tribunale dell’Inquisizione. Era il 1563.
In seguito ad alcune azioni vittoriose, si proclamò re. Divenne
così Re Marco o come lo chiamavano i suoi uomini Re
Marcone e partì alla conquista del Castello di Crotone. Il tentativo
fallì ed in seguito anche alle promesse fatte dalla Spagna
nei confronti di chi lo avesse fatto catturare, il Berardi
sciolse il suo esercito e con la sua donna Giuditta,
trovò riparo in Sila, poiché aveva capito
che qualsiasi trattativa sarebbe caduta
nel nulla e si era reso conto di non poter vincere
altre battaglie. Morì l’anno successivo,
forse per fame o freddo o per scelta volontaria.
Un boscaiolo rinvenne in una grotta dopo
molti mesi due cadaveri abbracciati e riconobbe
nell’uomo Re Marcone e nella donna
la sua amante. Il boscaiolo avvisò gli Spagnoli
che lo fecero trasferire nella cripta della cappella di
Santa Caterina nella chiesa dei Francescani e nel 1860 Garibaldi,
di passaggio a Cosenza, lo fece trasferire nel cimitero
cittadino, allora posto a monte dell’attuale via Roma,
smantellato quando è stata costruita la città nuova.
LE PIETRE DI CARLO MAGNO
C’è una località in Sila denominata Pietra dell’Altare intorno alla
quale sono sorte alcune leggende. Tra Lorica e Silvana
Mansio, infatti, in un assolato pianoro, è possibile imbattersi
in grosse pietre, molte disposte in fila per circa duecento
metri, altre sparse tra la bassa vegetazione. Hanno quasi
la stessa dimensione e sono tutte di forma rotonda e ben levigate.
Sembra che la denominazione derivi da una messa celebrata
sul sito da una spedizione di soldati di ritorno dalle
Crociate, quando improvvisarono un altare su di una grossa
pietra. Ma si dice anche che la messa sia stata celebrata da
Carlo Magno al passaggio con i suoi, pur non esistendo fonti
storiche che attestano la presenza del re carolingio sull'altipiano
silano. Intanto, la località Pietra dell’Altare si trova
sulla Serra di Carlomagno, come attestano le carte geografiche,
non solo quelle più recenti, ma addirittura l'attuale denominazione
si trova in un atto attestante
l’avvenuta donazione ad un monastero,
compiuta dalla madre di Federico II nel
1198.
Le persone che incuriosite dalla presenza
ordinata dei massi si sono fermate ad osservarle,
riferiscono di aver percepito sensazioni
strane, particolari vibrazioni. È noto
che la forza della suggestione produce questo
ed altro,ma i misteri dell’area inducono
ad indagare per svelarli.
I massi sono in granito silano, detto da queste parti “a petra
ferrigna”, probabilmente capace di creare i campi magnetici
avvertiti dai visitatori particolarmente sensibili. Il
nome Carlomagno sembra essere la pronuncia scorretta, o
meglio l’italianizzazione del toponimo “Garru mancu”, dirupo
del manco, cioè zona d’ombra. Pietra dell’Altare può riferirsi
sia ad una messa celebrata nel sito, sia, in tempi più
pagani, a sacrifici che probabilmente venivano compiuti
sulle pietre adibite ad altare. Misteri e leggende appaiono,
dunque, creati dalla fantasia umana, poiché esiste una spiegazione
a quanto tramandato per anni. Ciò che è ancora difficile
spiegare, è il perchè dell’allineamento perfetto di un
buon numero di massi, che non sembra essere una disposizione
casuale. D'altronde, sistemarle in maniera quasi geometrica
come se dovessero segnare dei confini, apre interrogativi
diversi sulle motivazioni e sulle modalità con cui massi
di un certo peso sono stati spostati e disposti in maniera
ordinata. Questo rimane ancora un mistero.
lunedì 20 aprile 2009
Man romana mai non violi la tua tomba e la memoria

"Qui la Calabria dimentica di essere greca, ed è tutta italiana. Qui la Calabria si libera dall'aspro ed è tutta gentile.
Alarico calò in Italia per le medesime ragioni per cui in tempi posteriori vi calò Goethe, vi calò Wagner, vi calò Bocklin, vi calavano i germani gonfio il petto di Sehnsucht.[...]
Di venire in Italia glielo aveva suggerito una quercia, incontrata diversi anni prima in Tessaglia. L'Italia egli l'amò anche prima di vederla Melisenda da Tripoli.[...]
Scese in Calabria. Pensava di passare in Africa. Qualcuno, un anticipato funzionario probabilmente di Palazzo Chigi, gli aveva detto che per possedere saldamente l'Italia bisognava prima possedere la Libia. Ma traversare il mare, sbarcare sulle sabbie e fra i leoni, l'inconsolabile amante di Roma non se la senti'. Meglio chiudere l'infelice amore, malaria aiutando, in questa estrema punta d'Italia, in cui il Busento si unisce al Crati, sotto il ponte che oggi porta il suo nome, e per dormire si tirò su le acque del fiume, come altri si tira su il coltrone."
[Tobia Cornacchioli, storico ]
domenica 4 gennaio 2009
"Storia" e storie: Alarico

"Cupi a notte canti suonano Da Cosenza su 'l Busento, Cupo il fiume gli rimormora Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe 'l fiume passano E ripassano ombre lente: Alarico i Goti piangono, Il gran morto di lor gente. "
Nell'immaginario comune c'è un momento storico molto nebuloso e indefinito in cui orde di uomini incivili si riversano su Roma e la devastano ottusamente: le celeberrime "invasioni barbariche"... chissà perchè a scuola questo periodo non viene studiato come si dovrebbe... forse perchè i programmi scolastici sono improntati sul nozionismo, e la storia in particolare viene ridotta a una serie di date e nomi di imperatori!
E così si procede per "balzi storici": uomini primitivi-BALZO-antichi romani-BALZO-Medioevo... con tutta una serie di etichette e luoghi comuni: l'Impero Romano è caduto per mano dei barbari, quelli del Medioevo sono stati secoli bui...
è utopistico pensare di poter insegnare la Storia come tante storie senza soluzione di continuità?
1600 anni fa Roma viene saccheggiata e messa a fuoco per tre giorni dai Visigoti di Alarico: non barbari pagani, ma i primi fra i Germani a convertirsi al cristianesimo, tanto che Alarico impose di non profanare le chiese.
E, senza soluzione di continuità, la Storia incrocia la storia di Cosenza, o forse solo una suggestione...
Alarico è il "re di tutti", come dice il suo stesso nome, è un uomo forte nel pieno dell'età, i suoi capelli biondi rivelano le remote origini scandinave dei Goti, i suoi occhi hanno visto il peregrinare della sua gente lungo il corso del Danubio, tormentati e affamati a loro volta da altre popolazioni, altri "barbari"... il suo cuore e la sua mente sono stati affascinati da una cultura e da uno stile di vita nuovi, da un nuovo Dio e un nuovo sogno.... Alarico, come gli altri Germani del V secolo, vogliono far parte di Roma, assorbirne i costumi, godere di un benessere e di una qualità di vita che non è solo materiale...
Alarico ama Roma, e la saccheggia, esattamente come i romani avevano amato e conquistato la Grecia, esattamente come Napoleone amerà e deprederà l'Egitto.
I Visigoti si dirigono verso la III Regio dell'Impero, nel Sud della penisola, con il loro carico d'oro, e arrivati a Cosenza il loro re, il re di tutti, muore-probabilmente per malaria.
Il poeta tedesco August von Platen li immagina piangere "il gran morto di lor gente", affranti dal dolore ma ossessionati dall'idea che la tomba del re possa essere profanata, il suo sonno disturbato, e allora deviano il corso del Busento per seppellire Alarico, a cavallo, armato, e soprattutto (anche se il poeta non lo menziona, parlando solo di "arnesi d'or lucenti")il tesoro!: "man romana mai non violi la sua tomba e la memoria!".
A Cosenza si è molto scavato, si è molto discusso, e si è molto pubblicato (anche in rete) sulla veridicità della leggenda e sul reale sito in cui sarebbe sepolto Alarico col suo tesoro.
Di tutto questo taccio (almeno qui, almeno ora).
C'è un posto a Cosenza, che nonostante il degrado del centro storico conserva una bellezza e un fascino senza pari. E' la confluenza fra il Crati e il Busento, che avviene proprio sotto il ponte Alarico, dove la vista spazia fra la Chiesa di San Francesco di Paola e quella di San Domenico, e le case vecchie che si inerpicano verso l'alto rendono Cosenza più simile a un presepe che a una città vera.
E' qui che abita la leggenda.
Chissà se ai bambini delle scuole elementari viene ancora fatta studiare "La tomba nel Busento", nella bellissima traduzione di Carducci, chissà se qualche cosentino pensa ancora a questi versi passeggiando lungo il fiume:
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su 'l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe 'l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.
Ah si' presto e da la patria
Cosi'lungi avrà riposo,
Mentre ancor bionda per gli omeri
Va la chioma al poderoso!
Dal Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.
Dove l'onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.
Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d'or lucenti;
De l'eroe crescan su l'umida
Fossa l'erbe dei torrenti!
Poi, ridotto ai noti tramiti,
Il Busento lasciò l'onde
Per l'antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.
Cantò allora un coro d'uomini:
-Dormi, o re, nella tua gloria!
Man romana mai non violi
La tua tomba e la memoria!-
Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.
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