"Cupi a notte canti suonano Da Cosenza su 'l Busento, Cupo il fiume gli rimormora Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe 'l fiume passano E ripassano ombre lente: Alarico i Goti piangono, Il gran morto di lor gente. "
Nell'immaginario comune c'è un momento storico molto nebuloso e indefinito in cui orde di uomini incivili si riversano su Roma e la devastano ottusamente: le celeberrime "invasioni barbariche"... chissà perchè a scuola questo periodo non viene studiato come si dovrebbe... forse perchè i programmi scolastici sono improntati sul nozionismo, e la storia in particolare viene ridotta a una serie di date e nomi di imperatori!
E così si procede per "balzi storici": uomini primitivi-BALZO-antichi romani-BALZO-Medioevo... con tutta una serie di etichette e luoghi comuni: l'Impero Romano è caduto per mano dei barbari, quelli del Medioevo sono stati secoli bui...
è utopistico pensare di poter insegnare la Storia come tante storie senza soluzione di continuità?
1600 anni fa Roma viene saccheggiata e messa a fuoco per tre giorni dai Visigoti di Alarico: non barbari pagani, ma i primi fra i Germani a convertirsi al cristianesimo, tanto che Alarico impose di non profanare le chiese.
E, senza soluzione di continuità, la Storia incrocia la storia di Cosenza, o forse solo una suggestione...
Alarico è il "re di tutti", come dice il suo stesso nome, è un uomo forte nel pieno dell'età, i suoi capelli biondi rivelano le remote origini scandinave dei Goti, i suoi occhi hanno visto il peregrinare della sua gente lungo il corso del Danubio, tormentati e affamati a loro volta da altre popolazioni, altri "barbari"... il suo cuore e la sua mente sono stati affascinati da una cultura e da uno stile di vita nuovi, da un nuovo Dio e un nuovo sogno.... Alarico, come gli altri Germani del V secolo, vogliono far parte di Roma, assorbirne i costumi, godere di un benessere e di una qualità di vita che non è solo materiale...
Alarico ama Roma, e la saccheggia, esattamente come i romani avevano amato e conquistato la Grecia, esattamente come Napoleone amerà e deprederà l'Egitto.
I Visigoti si dirigono verso la III Regio dell'Impero, nel Sud della penisola, con il loro carico d'oro, e arrivati a Cosenza il loro re, il re di tutti, muore-probabilmente per malaria.
Il poeta tedesco August von Platen li immagina piangere "il gran morto di lor gente", affranti dal dolore ma ossessionati dall'idea che la tomba del re possa essere profanata, il suo sonno disturbato, e allora deviano il corso del Busento per seppellire Alarico, a cavallo, armato, e soprattutto (anche se il poeta non lo menziona, parlando solo di "arnesi d'or lucenti")il tesoro!: "man romana mai non violi la sua tomba e la memoria!".
A Cosenza si è molto scavato, si è molto discusso, e si è molto pubblicato (anche in rete) sulla veridicità della leggenda e sul reale sito in cui sarebbe sepolto Alarico col suo tesoro.
Di tutto questo taccio (almeno qui, almeno ora).
C'è un posto a Cosenza, che nonostante il degrado del centro storico conserva una bellezza e un fascino senza pari. E' la confluenza fra il Crati e il Busento, che avviene proprio sotto il ponte Alarico, dove la vista spazia fra la Chiesa di San Francesco di Paola e quella di San Domenico, e le case vecchie che si inerpicano verso l'alto rendono Cosenza più simile a un presepe che a una città vera.
E' qui che abita la leggenda.
Chissà se ai bambini delle scuole elementari viene ancora fatta studiare "La tomba nel Busento", nella bellissima traduzione di Carducci, chissà se qualche cosentino pensa ancora a questi versi passeggiando lungo il fiume:
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su 'l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe 'l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.
Ah si' presto e da la patria
Cosi'lungi avrà riposo,
Mentre ancor bionda per gli omeri
Va la chioma al poderoso!
Dal Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.
Dove l'onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.
Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d'or lucenti;
De l'eroe crescan su l'umida
Fossa l'erbe dei torrenti!
Poi, ridotto ai noti tramiti,
Il Busento lasciò l'onde
Per l'antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.
Cantò allora un coro d'uomini:
-Dormi, o re, nella tua gloria!
Man romana mai non violi
La tua tomba e la memoria!-
Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.